Gaia...

La Terra è un unico organismo vivente?
Gli scienziati cominciano a crederci.
E noi allora chi siamo? I suoi neuroni? O cellule impazzite?

Gaia...

Perchè si chiama Gaia
Il primo a chiamare "Gaia" il pianeta (nome derivato dal mito greco) e a formulare la teoria della Terra come essere vivente è stato (negli anni '70) lo scienziato della Nasa James Lovelock.

All'inizio pochi credevano alla nuova teoria. Ma oggi è rafforzata da nuovi elementi
Un unico grande grande organismo che vive e respira, del quale l'uomo e tutte le altre specie viventi sono le cellule e i tessuti, gli ambienti naturali sono gli organismi. Quando l'astronomo James Lovelock pensò per primo alla Terra in questi termini, chiamò quell'organismo Gaia (dal nome della dea greca della terra). L'idea che la biosfera del nostro pianeta potesse essere interpretata come un unico essere vivente, in cui i singoli sistemi biologici collaborano per il bene comune, piacque molto ai movimenti ecologisti degli anni Settanta e Ottanta. Venne invece osteggiata vivacemente da una corrente di pensiero diffusa nelle università inglesi e americane, che faceva capo ai biologi evoluzionisti. "L'evoluzione non è altruista" sostenevano "si basa sui singoli organismi. Gli individui non pensano al bene della specie: il loro scopo è diffondere i loro geni con la riproduzione". La selezione naturale in seguito promuove i più adatti e quindi si formano nuove specie, che a loro volta costituiscono nel loro insieme i diversi ambienti naturali del pianeta.
Secondo questa visione, Gaia non poteva esistere. Perché quelli che possono sembrare equilibri naturali per il bene comune sono in realtà somme caotiche di specie che devono per forza raggiungere qualche compromesso nel loro perenne scontro dovuto alla smania di diffondere i propri geni.

Una conferma dallo studio di vite aliene
Ora però, all'università di Oxford, il Sancta Sanctorum dei biologi evoluzionisti, il concetto di Gaia è stato rispolverato. Lo scorso settembre, anzi, è stata organizzata una conferenza internazionale sul tema. E anche lo zoologo Williams Hamilton, uno dei teorici del "gene egoista", ha ammesso che l'idea ha una sua validità.
Ma com'è nata questa discussione? Negli anni Sessanta James Lovelock, ingaggiato dalla Nasa per indagare su possibili vite extraterrestri, era arrivato alla conclusione che non c'è alcun bisogno di cercare vite aliene esplorando altri pianeti. Basta osservare la loro atmosfera o altri parametri. Perché la vita non è una questione di specie, riguarda piuttosto il ruolo che ciascuna svolge per rendere funzionante un sistema tanto complesso. E dunque guardando agli scambi di energia, alla composizione dell'atmosfera (per esempio, la percentuale di ossigeno) si può capire non solo se la vita esiste, ma anche se ha raggiunto un certo grado di sviluppo.

Anche le margherite servono a regolare il clima
In questo senso, la Terra per Lovelock è un unico organismo che si nutre di energia chimica e solare, che respira con le sue foreste e le alghe degli oceani, in cui l'energia scorre attraverso la catena alimentare, cioè quel genere di cose che succedono quando il sole e l'acqua fanno crescere l'erba, la lepre mangia l'erba e l'aquila mangia la lepre. E proprio come un organismo, Gaia è capace di autoregolarsi. In che modo? Lovelock lo spiega con la metafora delle margherite.
Quando il mondo era alle origini e il Sole, ancora giovane, emetteva poco calore, la Terra era abitata da margherite bianche e nere, ma queste ultime erano in numero nettamente prevalente: assorbivano infatti tutti i raggi del Sole trasferendoli quindi al terreno e all'aria, che diventavano più caldi. Quando invece il Sole, più maturo, cominciò a scaldare parecchio, furono le margherite bianche ad aumentare: riflettendo i raggi del Sole, mantenevano aria e terreno freschi. Il tutto, per la sopravvivenza di Gaia. "In effetti, da 3,8 miliardi di anni a questa parte la Terra non è mai diventata troppo calda né troppo fredda per la vita" spiega Bruno d'Argenio, dell'Istituto di Geologia Marina del Cnr di Napoli. "Organismi regolatori, come gli invertebrati che hanno formato le piattaforme carbonatiche, hanno catturato anidride carbonica dall'aria, consentendo che la temperatura non si alzasse troppo, e trasformato l'anidride carbonica in carbonato di calcio". Un'opera colossale: basti pensare che organismi regolatori del gruppo dei coralli hanno creato le Bahamas, circa un milione di chilometri cubi di carbonato di calcio. "Un miliardo di anni prima lo stesso ruolo veniva ricoperto in modo efficace da esseri unicellulari microscopici che riuscivano ugualmente scogliere e lagune di tipo carbonatico". La conclusione è che Gaia dispone di organi di termoregolazione che si sono evoluti nel tempo: prima erano masse di microbi, poi colonie di invertebrati.

Grazie al plancton, nascono nubi e fa meno caldo
A promuovere l'idea di Gaia sono stati anche recenti studi sul plancton effettuati da Tim Lenton, dell'Istituto di Ecologia Terrestre di Edimburgo. Il plancton rilascia nell'oceano uno zolfo che diviene zolfo dimetile. Una parte si volatilizza e forma particelle acide. Queste a loro volta, consentono la formazione di spesse nubi di pioggia. Se il plancton non svolgesse questo ruolo, secondo i calcoli di Bob Charlson dell'università di Washington, le piogge si dimezzerebbero e la temperatura globale sarebbe più alta di 10 °C. Il plancton fa in modo che Gaia resti relativamente fresca. "Ma perché mai il plancton dovrebbe essere così altruista?" si sono chiesti i biologi evoluzionisti, sostenendo invece che il plancton incoraggi la formazione di nubi da pioggia per spargere i propri geni in aree lontane.
Ma l'ipotesi che si stà facendo più strada è che Gaia funzioni a sistemi gerarchici paralleli. "Su un piano ci sono i geni, le popolazioni e le specie, che formano gli ordini, poi le famiglie e le classi di animali e vegetali" spiega Niles Eldredge, paleontologo dell'American Museum. "Sull'altro piano troviamo gli "avatara", neologismo per indicare gli organismi di una specie considerandoli non in base alla loro forma e ai loro geni, ma per il ruolo che hanno come "produttori" e "consumatori" di un ecosistema locale inserito in uno regionale, che a sua volta fa parte di quell'ecosistema globale che a molti piace chiamare Gaia.
I sistemi garantiscono la stabilità di Gaia e il suo funzionamento. Così come è più produttivo assemblare e far funzionare un'automobile a moduli invece che procedere al montaggio dei singoli componenti, sulla Terra i grandi giochi verrebbero svolti da sistemi superiori, anziché da singole specie e geni.

Se oggi l'uomo esiste, lo deve alla Pikaia
"Un sistema è quell'insieme di cose che quanto più piccolo è, tanto più è facile riconoscerne l'esistenza" fa notare Eldredge. Ingrandendo la nostra pelle troviamo il sistema delle cellule. Che contiene il Dna, fatto di molecole che sono formate da atomi. E perfino gli atomi sono sistemi, in cui interagiscono le particelle subatomiche. "Ma quando il sistema ci sovrasta" ricorda lo studioso Usa "non è facile riconoscerlo. Sappiamo che la Terra fa parte di una galassia solo perché abbiamo scoperto le galassie al telescopio: punti luminosi che sono in realtà ammassi stellari". L'ipotesi di Gaia non nega che gli organismi abbiano l'obiettivo di diffondere i propri geni, di adattarsi nel modo migliore, di evolversi. Ma questo può avvenire finchè è funzionale ai moduli di Gaia. "Se, per esempio, le variazioni ambientali che fecero strage di organismi, 500 milioni di anni fa, non avessero risparmiato la Pikaia, un essere minuto con un abbozzo di colonna vertebrale, oggi non ci sarebbero i vertebrati. E nemmeno l'uomo.

Non possiamo aspirare al ruolo di neuroni
E in tutto questo, che ruolo svolgono gli uomini? Essendo la specie dominante, potrebbero essere considerati i neutroni di Gaia? "Mi pare che la distruzione della biodiversità che stiamo operando lo escluda" risponde l'etologo Danilo Mainardi. "Prima di ambire alla parte dei neuroni, dovremmo come minimo renderci conto, con modestia, che i grandi sistemi governano il globo e che noi li conosciamo ancora poco".

Ivan Vispiez - Tratto dal mensile FOCUS n. 88 - Febbraio 2000
Gruner+Jahr/Mondadori Spa

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